STIAMO UNITI IN EUROPA

#VOGLIAMO + EUROPA, MA ANCHE +ITALIA
Capolista: BRUNO TABACCI
Candidati: FABRIZIO FERRANDELLI, DIEGO MASI, MARCO MONACO, VALENTINA PRODON, MARGHERITA REBUFFONI

+Europa!
Meno male che c'è!


In questi tempi dovremmo ringraziare l’esistenza dell’Europa.
Altrimenti saremmo definitivamente in bancarotta in questo nostro bel paese che sta divenendo sovranista.
È vero l’Europa è in crisi come istituzione, come gestione troppo burocratica, come entità solo monetaria.
Ma è così?
Sul piano della percezione la riposta è positiva, sul piano della realtà è completamente negativa.
Oggi l’Europa è un terzo del mondo per potenza economica. Tratta alla pari con Usa e Asia- Pacifico. Difende la democrazia e i diritti conquistati con tanta fatica. È attenta al nuovo codice ambientale. Ha creato e ancora sostiene il miglior sistema di welfare del mondo. È la camera di compensazione dei problemi dei suoi membri- stati-soci.
Infine… ci rappresenta.
È vecchia perché vecchi sono i suoi abitanti (età mediana intorno ai 50!), ma è saggia e inizia ad essere combattiva.
Contribuisce alla difesa del mondo occidentale e alla pace che dura ormai da quasi 80 anni.
Era alleata degli Usa. Oggi è sola, a causa dell’isolazionismo di Trump.
È dunque una realtà che va irrobustita, innervata e migliorata.
Ma va difesa.
Con forza e con orgoglio.
Il modello di Stato sociale, di economia sociale di mercato costruito in anni distingue l’Europa dagli altri Continenti per protezione economica e sociale dei cittadini. Esso ha rappresentato un punto di riferimento per i paesi membri nel fronteggiare la grave crisi economica di questi ultimi anni impedendone una probabile deriva darwiniana degli effetti sociali. Tale modello andrebbe ora riqualificato in direzione di un potenziamento del coordinamento delle politiche fiscali e sociali dei Paesi membri. Immaginare in un futuro prossimo che ogni Paese possa, nella competizione tra continenti, mantenere e difendere da soli la propria rete di protezione sociale è quantomeno illusorio e colpevolmente fuorviante.
Ecco perché l’Inno alla Gioia deve essere un inno alla sua costruzione politica definitiva fino agli Stati Uniti d’Europa come punto di arrivo.

+Italia

L’analisi della situazione è presto fatta.
Gli 8 anni che sono passati fino a questo governo giallo-verde hanno visto leader e partiti, tesi a far ripartire l’economia italiana, peraltro anche con successo, più che a comprendere il disagio sempre più ampio di classi sociali che si impoverivano, figlie della disuguaglianza nata dalla globalizzazione: un vero baratro nella società.
Pochi molto ricchi, tanti sempre più poveri.
E ciò avviene in un contesto dove le povere migrazioni sono divenute l’oggetto della paura e della rabbia della gente, dove la politica ha perso la sua dignità e la sua credibilità, dove la comunicazione urlata specie nei social è divenuta la modalità per far uscire la rabbia di un popolo che non capisce più né rotta né orizzonte.
Incattivito come recita il Censis 2018.
Il nuovo governo, figlio di un matrimonio dettato dall’urgenza della mancanza di una maggioranza, ha messo sul piatto quanto il popolo forse voleva e tutto insieme.
Cose buone e cose pessime.
Ma tutte insieme fanno danno perché non ci sono i soldi.
Non si può andare in pensione prima del dovuto, non si può attivare il condono per chi ha debiti con lo stato, né si può ottenere un reddito senza lavoro, e non si possono pagare meno tasse sul reddito se le casse dello Stato piangono. Ma chi regna ora vuole tutto subito, prima delle Europee, senza por tempo in mezzo.
I giallo verdi hanno profuso solo una serie di favori elettorali un po’ abborracciati che al termine verranno pagati sempre e solo dalle classi più deboli e dalle generazioni future.
E il tutto inspiegabilmente senza chiedere una lira a chi ce l’ha.
Soldi a tutti senza redistribuire nulla, come un Robin Hood al contrario che ruba allo Stato che è dei cittadini per dare ai cittadini cui poi lo Stato chiederà il conto.
Sarebbe bastata una “piccola patrimoniale” e forse la manovra sarebbe stata credibile.
Mentre gli annunci, le prese di posizione ed i provvedimenti di questi mesi da parte del Governo e dei suoi componenti in merito alle infrastrutture (Tav, Tap, Terzo Valico, ecc) allo Stato che subentra al mercato in Alitalia e nelle rete di telecomunicazione, ai decreti controproducenti sul lavoro, agli attacchi ai giornalisti ed all’editoria, alla legislazione sulla sicurezza ed immigrazione, stanno creando preoccupazione, disorientamento nella parte di Paese che da nord a sud ha a cuore il benessere economico, sociale ed ambientale dell’Italia unito alla tolleranza umanitaria.
Più Europa sta con questa parte del Paese e nasce proprio per dargli sempre più voce e forza.
E’ incomprensibile come il governo di un Paese possa passare mesi interi a discutere di pensioni, reddito di cittadinanza ed immigrazione. Un dibattito tutto interno alla maggioranza, come fossero priorità assolute per il Paese, e senza mai ricercare condivisioni con il resto in ambito istituzionale, politico e della società civile nella costruzione di soluzioni.

+Sud

Tutto questo mentre ci si dimentica del Sud.
Quando, se l’Italia vuole tornare a crescere ed essere protagonista ha bisogno di un Sud che diventi avamposto logistico e strategico verso l’area afro – mediterranea; un Sud guida del processo di creazione dell’area di libero scambio tra le due sponde del Mediterraneo e che trova nella Sicilia il trait d’union.
L’Africa nei prossimi anni sarà al centro di una nuova stagione di crescita economica ed il Sud Italia, grazie alla sua posizione geograficamente strategica, potrà attrarre investimenti, opportunità, lavoro ed offrire logistica.
Logistica infrastrutturale, materiale ed immateriale.
Un campo d’intervento strategico potrebbe ad esempio essere offerto dal potenziamento della rete delle università del Sud con quelle dei paesi che dall’Africa si affacciano all’Europa, offrendo percorsi di formazione finalizzati ed ancora molto altro.
Il Mezzogiorno e la sua portualità, la capacità di intercettare i flussi della nuova “via della seta” del piano di sviluppo della Cina, offrendo così all’Europa intera una grandissima opportunità competitiva.
Un Mezzogiorno orgoglioso delle proprie potenzialità, delle ricchezze naturali, culturali ed intellettuali del proprio territorio, capace di invertire i flussi economici e di trattenere i giovani offrendo loro prospettive sul territorio in cui sono nati, creando sinergia con gli altri stati membri.
Un mezzogiorno che da coda d’Europa può diventarne testa.
+ Sud significa, dunque, creare nuove opportunità non solo per l’Italia, ma per l’Europa intera.
La crisi dell'occidente

La crisi dell’occidente

La domanda che viene ripetuta spesso è: ma perché siamo arrivati a questo punto in occidente?
La risposta è semplice: disuguaglianza ed impoverimento come effetti della globalizzazione e dello sviluppo tecnologico, una politica incapace verso il fenomeno delle migrazioni e della crescita dell’Africa, un approccio al mondo del lavoro inadeguato ai tempi che arrivano.
Andando per passi…
Dopo la guerra la crescita è stata senza sosta. La demografia che è passata da 2, 5 miliardi a 7, 5 miliardi ha costituito la base della crescita.
Più gente, più ricchezza, più consumi.
L‘aumento della produttività poi ha creato con meno sforzo più prodotti per i consumi crescenti.
Ne hanno goduto un po’ tutti, ma soprattutto la classe media occidentale.
Dagli anni 80 qualcosa è cambiato.
Da un generale bilanciamento tra uguaglianza e mercato si è passati a un forte neoliberalismo personificato dalla Thatcher e da Reagan.
Da quel momento la disuguaglianza ha cominciato a galoppare: in 30 anni circa 15 punti di Pil sono passati dal lavoro al capitale.
La finanza ha fatto la sua irruzione sul mercato in maniera massiva.
Il lavoro normale invece sotto la spinta tecnologica degli ultimi decenni si è decisamente frammentato, perdendo forza sindacale e rappresentanza.
La tecnologia andrà mietendo sempre più vittime nel mondo del lavoro con la sua disintermediazione e la sua disruption.
La disuguaglianza è arrivata a picchi inimmaginabili: in ricchezza il 10% ha circa 65% del patrimonio privato e in reddito il 40%.
Insomma un mondo più avanzato, più produttivo, ma più povero.
Una vera contraddizione che comporta un futuro difficile con una evidenza molto chiara.

Eccola:
La demografia non cresce più fino a fine secolo. Cresce solo in Africa con la nascita di altri 3 miliardi di africani che però non conteranno nulla in termini di consumi perché troppo poveri.
E così sarà anche dell’economia del mondo.
I consumi pompati dalla maggiore produttività indotta dalla tecnologia sforneranno prodotti per un pubblico più povero e spesso disoccupato che non potrà comprarli.
La disuguaglianza si innalzerà ancora a favore dei più ricchi.
La insicurezza sociale e generale crescerà.
Ed è probabile che la gente si incattiverà ancora di più…

Quindi la crisi dell’occidente, economica e politica, sarà ancora più ampia e grave e tutto ruoterà intorno al fenomeno che la ispira e l’aggrava che è la disuguaglianza.
In occidente il “famoso” 1% possiede in ricchezza complessiva (redditi e patrimoni) più del 50%.
È evidente che la ricchezza è troppo concentrata e invidiata (lo hanno detto bene e meglio Stiglitz, Pikketty, Akinson Franzini; Pianta, Mazzucato, Baglioni e tanti altri nobel, accademici e politici).
Un altro dato importante: nel mondo (non solo in occidente…) solo 36 milioni di persone adulte posseggono quasi metà della ricchezza mentre il 70% possiede solo il 3% della ricchezza. Ciò significa che qualcosa che non gira: nel mondo c’è troppa povertà! (Wealth Report Credit Swiss).
Le ragioni della concentrazione dei redditi e delle ricchezze sono tante e variegate, ma il risultato tangibile e sensibile nel mondo occidentale è un forte sentimento di rabbia, di frustrazione e di delusione.
La gente che sperava in un futuro roseo appena un decennio fa, si sta impoverendo senza averne capito il perché.
La classe media ha meno ambizioni e poca speranza, i giovani pensano di fare meno dei padri e i padri pensano solo ad aiutare i figli: un capovolgimento del sistema rispetto alla fase del dopoguerra.
Gli ultimi 25 anni hanno segnato il cambio dell’economia di questa categoria di occidentali, quelli del reddito fisso e il tutto è avvenuto nell’indifferenza o nella incomprensione dei fenomeni da parte della politica.
La ragione principale la si può trovare nella globalizzazione che ha inciso nella carne degli occidentali, quella a reddito fisso, mentre ha proposto grandi occasioni ai ricchi che giocavano su più tavoli, su delocalizzazioni spinte e su opportunità spesso negate al 99% della umanità.
La globalizzazione da un lato è stata benefica per il mondo asiatico che si è sollevato dalla fame ma, come un vaso comunicante, ha pesato sui redditi fissi degli occidentali.
Qualche dato per capire: dal ‘90 un cinese ha moltiplicato per 17 il suo reddito annuo pro capite, da 986 dollari a 16.806 nel 2017; un italiano solo 2,1 volte; meglio il tedesco 2,6; e solo un americano 2,2 (gli Usa stanno declinando in assoluto. Rappresentavano il 40% del PIL mondiale nel 1960, periodo del loro apogeo, e sono appena il 24% nel 2017).
Se consideriamo gli effetti inflazionistici, i redditi medi hanno perso un grandissimo potere di acquisto rispetto agli anni ‘90.
E oggi la gente in queste condizioni è la maggioranza nei paesi democratici… e si sente defraudata, rancorosa, presa in giro dai governi.
La conseguenza crea l’antipolitica e alimenta un facile populismo da parte di politici opportunisti.
Molti partiti –specie quelli socialisti- sono stati i più irresponsabili perché dimentichi della loro missione originale, sposati a un neoliberismo incapace di capire la frattura che si stava creando nella società occidentale
E così sono stati falcidiati in tutte le recenti elezioni a partire dalla Clinton, dalla Spd, da Hollande e così via.
Nel frattempo…
Gli elettori hanno cominciato a protestare per cambiare: Brexit, Trump, Orban, Kurtz, Salvini e Di Maio sono solo il primo effetto di questo movimento che è diverso ovviamente in ogni paese, ma accomunato dalle cause della globalizzazione.
Il pendolo sta di nuovo oscillando: da un neoliberismo accentuato a un sovranismo con venature stataliste.

Ma i guai non vengono mai da soli: tra pochi anni si aggiungerà un altro spettro terribile, la disruption tecnologica, i robot, la AI, il machine learning.
Una innovazione che forse migliorerà la produttività e i servizi (ma ci sarà chi compra?), ma che cambierà il lavoro nei prossimi 20 anni, uccidendone i posti e non sostituendoli.
Di fonte a questo sfacelo occidentale causato da 25 anni di incomprensione politica e di avidità delle élite che hanno aumentano la loro cassa grazie alla globalizzazione occorrerà incamminarsi su strade politiche mai percorse.
La crisi dell’Italia: un paese in eterna campagna elettorale

La crisi dell’Italia: un paese in eterna campagna elettorale

La crisi dell’occidente passa anche attraverso il nostro paese, con il nuovo governo giallo-verde e con accenti che come sempre appaiono farseschi.
Come detto, questo governo nasce da un matrimonio di interesse contrattuale e vive su un presupposto programmatico che lo mina alle radici, oltre alla diversità di rappresentanza geografica (Nord –Sud) che di per sé è già una contrapposizione esiziale.
Come abbiamo già scritto, l’accordo programmatico mortale si basa sulla volontà di fare presto qualche sistema di reddito di cittadinanza, abbassare un po’ le tasse alle partite iva e diminuire perfino l’età pensionabile con la quota 100: una pacchia elettorale, direbbe Salvini…
La modalità poi con la quale il governo ha gestito questa intesa nei rapporti con l’Europa, con il Parlamento, con le altre forze politiche, con l’associazionismo, pensiamo possa ascriversi ad uno dei periodi meno felici della nostra Repubblica. L’unico interesse della compagin di Governo è stato quello di perdere il meno possibile la faccia rispetto alle ricche promesse elettorali. Infatti in questi mesi di come operare per la crescita, per recuperare il gap di produttività con gli altri Paesi, di come accompagnare il nostro sistema di fronte alla quarta rivoluzione industriale indotta dalla digitalizzazione tecnologica e dall’avvento dell’intelligenza artificiale non vi è traccia. Tutto il dibattito non è sul come produrre valore per poi distribuirlo ma sul come fare più debito per distribuirlo. Eppure, come sappiamo, il nostro Paese ha la seconda manifattura d’Europa, ha grandi aziende internazionali come Eni, Fincantieri, Leonardo, Enel ecc., ha eccellenze made in Italy in moltissimi settori. Questa realtà richiede un’idea di Paese, una visione sulle politiche industriali, energetiche, infrastrutturali, sullo sviluppo e ricerca, su quelle del lavoro, previdenziali, sociali ed educative. Se invece, come sembra affiorare dalle politiche governative, l’idea guida è che nel nostro futuro prossimo non saranno più il lavoro o la produzione a garantire la nostra sussistenza e che quindi dovremmo provvedere alla stessa con altri strumenti come il reddito di cittadinanza dovremmo seriamente cominciare a preoccuparci.
A questo aggiungiamo: la lotta all’Europa burocratica che non costa nulla tranne qualche miliardo di interessi sul debito accumulati a base di battute su Junker e Moscovici durante il negoziato della manovra, peraltro perso e poi e soprattutto una battaglia senza freni contro l’immigrazione e i neri ai limiti della decenza e della umanità.
L’unica differenza che questa vigliacca battaglia verso gente inerme è popolare e non costa nulla.
Fa polvere, eccita le persone, alimenta i social.

Queste due battaglie- neri ed Europa- occupano paginate di giornale, talk show, social e tv, alimentano le paure della gente e alleviano la rabbia dal concreto che non arriverà come sperato tra paure e cattivismi ormai documentati dal Censis nella sua relazione ufficiale di fine 2018. Recita il documento: “La pancia del Paese da indolente è diventata cattiva e siamo davanti a una trasformazione antropologica degli italiani che non sono più la «brava gente», hanno preso invece a moltiplicare egoismi, chiusure e invidie. «Sono diventati normali opinioni e comportamenti che erano indicibili solo fino a qualche tempo fa». E ancora: «Le diversità sono percepite come pericoli da cui proteggersi e la dimensione culturale della insopportazione degli altri sdogana ogni sorta di pregiudizi, anche i più passatisti».
Ma è un dividendo elettorale lucrato più da Salvini che dai 5S! Si attendono le prossime mosse dei leader di governo e di quelli contrapposti al governo.
Eppure, anche guardando ai singoli provvedimenti varati da questo governo si vede con chiarezza che rispondono a logiche particolari, scollegate dagli effettivi processi economici e sociali che inevitabilmente finiscono per accontentare alcuni e scontentare altrettanti. Se si prendono in considerazione il reddito di cittadinanza e la quota 100, al netto delle valutazioni finanziarie-economiche e di opportunità, esse impattano sul mondo del lavoro e dei pensionati in modo contraddittorio e divisivo. Se da un lato si vuole giustamente aiutare chi non ha un posto di lavoro e vive sotto la soglia di povertà, dall’altro si fissa un sostegno economico netto di 780 euro mensili che è molto vicino al reddito che percepiscono molti lavoratori. Non ha bisogno di commenti l’evidente incongruenza. Se fisso inoltre una pensione minima garantita dallo Stato di pari importo al di là della specifica situazione contributiva, come si può dar torto a tutti i commercianti, artigiani, ecc., che andranno comunque in pensione con la minima quando minacciano di non versare più i contributi previdenziali da quest’anno?
Inoltre quando si introduce per le partite iva un’aliquota fiscale unica al 15% fino a 65.000 euro perché non dovrebbe valere per tutti gli altri percettori di redditi similari? Ma è chiaro che su questo terreno si arriverebbe al disastro delle casse statali. Peraltro molti lavoratori in procinto di essere assunti a tempo indeterminato opteranno o verranno dirottati dalle aziende verso la partita iva. Per cui da una parte si fa il decreto Dignità per abolire, almeno così lo si prova a giustificare, la precarietà e la flessibilità del lavoro e dall’altra le si incentiva.
Infine, per far quadrare i conti e coprire la spesa per reddito di cittadinanza e quota 100 si blocca l’adeguamento delle pensioni al costo della vita per chi percepisce una pensione lorda superiore ai 1552 euro lordi al mese. In questa fascia si trovano prevalentemente lavoratori che hanno versato mediamente 35 anni di contributi. Così si allarga ed amplifica la contraddizione che creerà ulteriore scontento e risentimento in una quota importante della popolazione.
A questo contribuirà anche il vociare sempre più alto, più ansiogeno e più cattivo. Sempre che la recessione che arriva un po’ per la manovra e molto per fenomeni di geo-politica non faccia saltare il governo per evitare -specie a Salvini-di restare sotto le macerie.
E l’opposizione in Italia dov’è?

E l’opposizione in Italia dov’è?

L’opposizione sembra morta.
Per varie ragioni: prima perché i due partiti al governo sono di lotta e di governo e in continuo litigio. Quindi prendono tutta la scena sui contenuti che interessano. Ognuno dei due diventa oggi governo e domani opposizione e i fans sono contenti.
Questo durerà per molto fino ai primi risultati scadenti che metteranno freno ai partiti pigliatutto.
L’altro maggior partito il Pd che ha governato per quasi 10 anni ha avuto la colpa di non aver capito la situazione sociale.
Oggi è un partito senza linea, senza idee e senza dirigenza. Con una opposizione parlamentare banale.
Il dibattito appare più su chi farà il segretario che sui contenuti.
Pian piano si sta sgarbugliando tra discese in campo e rientri. Ma nessuna vera innovazione appare all’orizzonte.
Per ora sono destinati a galleggiare, forse- anche se è molto poco credibile- nella speranza che i 5S rompano con Salvini, convolando senza elezioni a nozze al grido di salviamo l’Italia: via Di Maio, dentro Fico o Dibba.
Forza Italia, molto dimessa, si è messa al traino di Salvini sperando di nascondere tra le pieghe di un partito unico che corra alle regionali le sue oggi misere percentuali. Ma anche in questo caso non si oppone. Spera che Salvini abbandoni i 5S, cosa possibile, e li imbarchi in un regolamento di conti elettorale dove anche basse percentuali permettono di raggiungere il 40%.
Vivono di una speranza che potrebbe anche avvenire, non di un progetto politico.
Altro non c’è. Leu si è rotta, Fdi fa la ruota di scorta di Salvini, anche la stessa +E sono irrilevanti nel dibattito urlato.
Hanno i loro pochi fan, ma le proposte, se ci sono, non escono.
Questo i partiti.

Ma c’è però altro nell’aria dell’opposizione: la gente e qualche media.
Molta gente si oppone sul lato emotivo della narrazione sul terreno dei principi e dei valori: l’emigrazione e forse l’Europa.
Un sondaggio di Diamanti dava in risalita la voglia di appartenenza all’Europa e un deciso rifiuto dell’uscita dall’euro (75%). Questo è un bel segno.
E poi ci sono e ci saranno migliaia di cortei, occasioni, incontri a favore dei migranti, della Tav, anti governo, della Tap e così via …che è la vera opposizione al regime sovranista.
Ed è e sarà un simbolo contro.
La piazza No Tav a Torino è stata organizzata da sette signore della borghesia torinese.
La piazza romana pure. Gli artigiani a Milano. La Confindustria a Torino.
Piccoli segnali.
Ma un inizio per replicare al regime che è meglio una società aperta, una società globalizzata, una società accogliente e pacifica, una società che vuol crescere e sviluppare.
Questa è l’opposizione che sta rinascendo.
Come affrontare le europee?

Come affrontare le europee?

Si era creduto che le elezioni fossero sull’ euro: sì o no.
Non sarà così.
Sarà peggio!
Sarà una battaglia contro un’Europa che ci castiga.
Che ci vuol male. Che ci vuole costringere a seguire regole che peraltro l’Italia ha proposto, scritto, firmato, sottoscritto ed accettato.
Ora basta! diranno… non se ne può più degli euro burocrati, fancazzisti e amici della finanza.
Aggiungiamo altri slogan: basta immigrazione, mettiamo i muri, basta divieti, basta burocrazia e via cambiando o cantando…
Ma la battaglia sarà più di facciata che di svincolo dalla casa madre.
Perché la volontà dei sovranisti con numeri oggi molto piccoli è quella di insinuarsi nella maggioranza, specie del PPE e distruggerla nel tempo dall’interno.
Alla austriaca per intenderci.
Un programma pro-Europa sarà ascoltato, non da tutti, ma da parecchi

Un programma pro-Europa sarà ascoltato, non da tutti, ma da parecchi

Noi di +E siamo invece per l’Europa perché crediamo che sia necessaria, e utile e soprattutto che rappresenti il nostro futuro politico.
Siamo il partito di chi non ha partito.
Di chi è indeciso.
Di chi non si fida più delle promesse elettorali gridate e non date.
Siamo un contenitore pulito e serio che può divenire un vero partito!

Perché come noi c’è tanta gente che ci crede o che teme che un’Europa persa e finita, blocchi il nostro sviluppo e il portafoglio.
Noi diciamo che l’Europa è una istituzione ormai burocratica e invecchiata e che non procura né entusiasmi né speranze.
Ma meno male che c’è!
Senza un’Europa che tratta da blocco continentale nel mondo della globalizzazione, oggi anche nell’epoca del rinnovo dei dazi, saremmo tutti finiti e mangiati vivi.
E poi l’Europa è saggia e capace.
L’Europa infatti è la patria del buon welfare.
Prendiamo le pensioni.
I paesi spendono più del 10% del pil in pensioni: per esempio, il 13,5% in Francia, il 10,2% in Germania, il 12,7% in Austria, il 15% in Italia, la migliore di tutti i paesi Oecd contro una spesa inferiore al 8% nei paesi anglosassoni e del 2% in India e Cina
Comunque in Europa il sistema complessivo dell’welfare è nell’ordine del 25% medio contro un 15% degli altri paesi occidentali, Usa in testa e un 3-5% dei paesi emergenti.

Quindi viva questa vecchia Europa, questo euro e questo Draghi che ci tengono protetti.
Un esempio su tutti: guardate l’Inghilterra. Un caos. Eppure avevano la sterlina, la banca centrale, un recente passato imperiale, politici bravi e un sistema economico egregio. Erano il quinto paese del mondo.
Lo saranno ancora?

Ma come cambiarla?

Domanda semplice, ma troppo difficile.
Si potrebbe compilare un programma di cento pagine oppure alcuni punti essenziali.
Preferiamo il secondo.

1. Verso gli stati Uniti d’Europa con l’elezione diretta del presidente.
Un’unione federalista con un governo centrale.
Per fare ciò, il presidente deve essere però eletto direttamente dai cittadini se si vuole fare il salto di qualità, altrimenti viene imposto da Germania e Francia. Come sempre.

2. Una nuova politica della migrazione superando Dublino.
Le migrazioni- abbiamo già visto- sono benefiche nel nostro continente. Ne avremo bisogno di tante per contrastare la nostra incapacità di fare figli e la nostra vecchiaia. La nostra curva mediana è intorno ai 50 anni, quella africana intorno ai 19.
Ma nel contempo la migrazione, l’asilo, il negro sono il modo più semplice per fare propaganda contro usando muri, blocchi, ostracismi, naufragi.
Per non perdere voti o per prenderne a costo zero per Salvini ma a costo vita per il negro.
L’Europa deve abbondonare Dublino che recita dove sbarchi sei cittadino e fare un nuovo trattato dove gli sbarchi e gli arrivi sono di tutti.
E soprattutto deve fare una politica africana moderna e inclusiva economica e commerciale, seria e lungimirante.
L’Europa dovrebbe investire miliardi in Africa, farla propria, quasi una estensione del nostro continente e imporre a quel punto le scelte migrative.
Perché gli africani saranno- volenti o nolenti- i futuri padri di molti dei nostri figli: nel 2100 su 10 persone 4 saranno nere, 4 gialle, 1 sudamericana e 1 bianca cioè noi…


3. Verso il bilancio dell’eurozona, un’opportunità da cogliere
A oggi il bilancio dell’Unione Europea è pari all’1,5% del Pil, il bilancio federale degli Stati Uniti è pari al 25% del Pil. Tra l’1,5% ed il 25% ci sarà pure una via intermedia. Senza parlare e straparlare di nuove tasse europee aggiuntive, se i soldi che già oggi ogni stato spende per difesa- sicurezza-immigrazione-esteri- grandi reti vengono sommati insieme e vengono attribuiti al bilancio federale europeo, si ottiene qualcosa che è pari a circa il 10/12% del Pil, cioè a metà strada tra la situazione attuale europea e quella americana. Il perimetro ideale sarebbe quello dei 19 Paesi dell’euro, visto che hanno già una moneta comune. La necessità e l’urgenza indicano però che la vera risposta coraggiosa è: «Chi ci sta, ci sta».


4. Contro le disuguaglianze: un programma di protezione europeo
Se l’1% europeo vale il 40% della ricchezza dei cittadini adulti, occorre redistribuire.
Ed è bene che le regole le dia l’Europa perché i vari paesi aderenti hanno bilanci troppo stretti per farlo.
Occorrerebbe rivisitare il sistema fiscale in forma progressiva ma soprattutto mettere a punto un sistema di reddito di inclusione verso chi non ce la fa. Specie domani con l’arrivo dei robot che uccideranno tantissimi lavori senza sostituirli.
5. Le grandi infrastrutture per aumentare gli accessi
E dare il via a tantissime opere pubbliche di carattere europeo per creare più accesso ai cittadini e maggiore mobilità ma anche per dare lavoro a chi il lavoro lo perderà.
E tanti altri temi generali per cui vale la pena battersi: green, disuguaglianza, discriminazioni e ancora immigrazione!
Ma non vogliamo fare un programma esaustivo…
Elenchiamo solo i principali punti che ci paiono più significativi per l’Italia e per l’Europa da realizzare:
   • Dare finalmente il via a politiche redistributive progressive sul reddito delle persone ricche e specie sul famoso 1%.
   • Introdurre la tassa sui robot nel reddito dell’imprese tecnologiche per pagare i posti persi. Installi un robot o simile, paghi per le persone che licenzi.
   • Incrementare le tasse di successione e armonizzarle in tutta Europa per permettere una nuova redistribuzione dei patrimoni (l’80% dei patrimoni deriva dall’eredità ed è una grande ingiustizia sociale che non permette di partire tutti in modo uguale)
• Dare vita alla progressività nel pagamento dei servizi: scuola trasporti e sanità.

• Ridisegnare e regolamentare il lavoro che verrà: dalla robotica alla Gig economy incrociandolo con la tassa sulle aziende tecnologiche.

• Introdurre redditi di sostegno ai cittadini poveri o a quelli che la rivoluzione tecnologica metterà a parte.

• Abbracciare la politica ecologica e green(sistemi e reti di energia rinnovabile-auto-trasporti-agricoltura-lotta al co2 etc.) come è uscita dal COP di Parigi ( meno da quello di Polonia).

• Elaborare una politica per la famiglia (anche se è un po’ tardi) al fine di migliorare la demografia europea ormai declinante.

• Creare una nuova politica di programmazione e di accoglienza dei migranti di cui l’Occidente specie quello europeo ha bisogno per fermare la demografia negativa che ormai si è innescata in Europa senza più speranze (recenti studi hanno dimostrato che l’Europa abbisogna di un 8% annuale di immigrazione per sostenere il terribile calo delle nascite)
• Fare finalmente e decisamente una politica contro l’evasione fiscale che in Italia pesa per decine di miliardi (non è difficile… si tratta solo di volontà politica perché ormai i controlli incrociati possono trovare tutti gli evasori)

• Un punto importante sarà poi la lotta per i diritti e la democrazia che verranno attaccati dai governi populisti. La cancellazione di alcuni diritti (divorzio-aborto-genere etc) che sono il caposaldo dell’occidente del dopoguerra potrebbe essere la prima area su cui i partiti nazionalisti si butteranno. Insieme al tentativo di forzare la libertà della stampa, di associazione o altro di più.